Come possiamo aiutarti?

Matrimonio nullo presso la Sacra Rota: escamotage per non pagare gli alimenti

Matrimonio nullo presso la Sacra Rota: escamotage per non pagare gli alimenti

Il caso affrontato oggi dalla Cassazione ci consente di soffermarci su un problema che, oltre ad essere diffusissimo, si palesa oggi in tutta la sua attualità, stante il periodo di grave congiuntura economica in cui viviamo.

A seguito dello scioglimento della vita matrimoniale e del relativo vincolo, quasi sempre uno dei coniugi (generalmente il marito) si trova a dover far fronte all’obbligo di corrispondere all’ex coniuge l’assegno per il mantenimento di quest’ultimo, ovvero gli alimenti necessari al suo sostentamento. Inoltre, il mancato pagamento degli alimenti integra una fattispecie di reato penale, perseguita abbastanza severamente dalla legge, il che testimonia come la questione in esame meriti attenzione non solo dal punto di vista patrimoniale.

Il “problema” di cui trattasi, poi, è andato gravemente accentuandosi nel corso degli ultimi anni, laddove il bilancio delle famiglie ha spostato il proprio baricentro, passando dall’essere basato quasi esclusivamente sulle entrate del marito, all’odierna realtà per cui il contributo economico alla vita familiare da parte di entrambi i coniugi (marito e moglie) si è posto quale essenziale e irrinunciabile per l’esistenza, e la sopravvivenza, dei membri che compongono il nucleo familiare medesimo.

Quando la coppia si scioglie, se vi sono figli minori, la casa familiare – magari acquistata con enormi fatiche attraverso il pagamento di un mutuo lungo e oneroso – viene quasi sempre affidata alla madre, che ci abiterà con i bimbi fino alla loro maggiore età. Con la conseguenza che il marito si troverà, oltre a dover pagare gli alimenti e magari il mantenimento alla ex moglie, a confrontarsi con l’esigenza di reperire una casa in affitto dove abitare, onerandosi delle relative spese (luce, gas, utenze telefoniche etc.). Il tutto aggravato dalla circostanza per cui le risorse su cui questi potrà far conto saranno state assottigliate non solo dalla mancanza di contribuzione economica da parte dell’ex coniuge, ma soprattutto dall’assolvimento dei predetti obblighi assistenziali al coniuge c.d. “collocatario”.

Di qui la prassi, invalsa in passato ed oggi resa appena più difficile – ma non abbastanza -di rivolgersi al Tribunale della Sacra Rota, organo giurisdizionale della Santa Sede, per vedere pronunciata la sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio canonico, per poi procedere alla c.d. “delibazione” della sentenza nell’ordinamento civile italiano.

In altre e più semplici parole, quando una coppia si sposa in Chiesa contrae un matrimonio religioso, che dispiega i propri effetti nell’ordinamento civile dello Stato Italiano attraverso la lettura, da parte del prete che officia la cerimonia, degli articoli del codice civile che disciplinano gli obblighi tra i coniugi (tra i quali, appunto, quello assistenziale), e la trascrizione dell’atto di matrimonio nei registri dello Stato Civile. Il matrimonio religioso non si scioglie mai: ciò sarebbe inaccettabile per la Chiesa Cattolica, che vede il matrimonio quale sacramento indissolubile.

Ciò che viene meno, col divorzio, sono gli effetti civili di tale matrimonio: l’obbligo di fedeltà, di coabitazione, ma non, ad esempio, quello assistenziale, che si concreta il più delle volte nell’assegno per alimenti/mantenimento. Unica soluzione, per scampare a tali obblighi, è chiedere l’annullamento del matrimonio. Se nell’ordinamento civile italiano ottenere una pronuncia di nullità del coniugio è cosa assai difficile, per non dire impossibile, più facile è ottenerla davanti al Tribunale della Chiesa, la Sacra Rota.

Nell’ordinamento civile, escludendo i casi di nullità c.d. “oggettiva” (mancanza di età, vincolo di parentela, affinità o adozione tra i coniugi, omicidio del coniuge di colui che si sta sposando, interdizione o infermità mentale dell’altro coniuge al momento del “sì”) – che possono comunque essere fatti valere entro un tempo brevissimo, 1 anno dal matrimonio -, è sui c.d. “vizi del consenso” che si gioca la partita. Errore, violenza o dolo, infatti, dovranno essere rigorosamente provati.

Per annullare un matrimonio, ad esempio, il Tribunale Civile dovrà verificare che l’errore sia stato essenziale (che abbia cioè determinato il consenso) su qualità personali dell’altro coniuge: il coniuge che chiede l’annullamento dovrà provare di non essere stato a conoscenza di una condanna per delitto doloso dell’altro nubendo, di una dichiarazione di delinquenza abituale, di una malattia fisica o psichica o deviazione sessuale che impediscano lo svolgimento della vita coniugale, di una condanna per sfruttamento della prostituzione, di una gravidanza pre-matrimoniale della donna, etc. Non sarà pertanto sufficiente addurre motivazioni quali “ho detto sì, ma in realtà non ero convinto di sposarmi”.

E’ la c.d. “riserva mentale”, che invece viene contemplata davanti al Tribunale Ecclesiastico.

Innanzi alla Sacra Rota non sarà necessario fornire la prova che l’errore è caduto su qualità della persona, né che esso si regge su dati obiettivi (condanna, malattia etc.), non si dovrà pertanto qualificare l’errore come essenziale – “senza quell’errore non avrei sposato quella persona”, “se avessi saputo che era stato condannato per sfruttamento della prostituzione non l’avrei sposato” -, ma basterà affermare che “al momento della celebrazione io ho detto sì, ma nella mia mente non ero convinto”, per motivi che ovviamente dovranno essere gravi, ma non oggettivi.

La ragione di una simile differenza di regime giuridico del matrimonio va rintracciata nel fatto che l’ordinamento civile, per una scelta di politica giuridico-criminale, ha deciso di dare rilevanza unicamente alla esternalizzazione delle tendenze e volontà interne dell’individuo. Così, negli ordinamenti civili moderni, un soggetto non sarà punibile per il solo fatto di aver pensato di uccidere un uomo, ma lo diverrà solo se compirà atti finalizzati a tale uccisione.

Nell’ordinamento della Chiesa Cattolica, invece, è esattamente il contrario: il solo moto interno dell’individuo, anche se non esternato, potrà dare adito ad una condanna o, come nel caso che ci occupa, ad una pronuncia giudiziaria di annullamento del negozio matrimoniale. Inoltre, essendo considerato dalla Chiesa il matrimonio religioso come un sacramento perenne, ne consegue che la richiesta di nullità davanti alla Sacra Rota può essere avanzata in ogni tempo, senza il rispetto degli stringenti termini di prescrizione previsti nell’ordinamento civile.

Una volta ottenuta la sentenza di annullamento del matrimonio in sede canonica, bastava presentare un ricorso alla Corte d’Appello competente per territorio, per ottenere la delibazione della sentenza, che veniva data quasi in automatico, e che dispiegava i propri effetti anche nell’ordinamento civile italiano. Se il matrimonio era a monte nullo, tale nullità travolgeva a cascata anche tutti i successivi atti – compiuti in sede civile – che riguardavano quel matrimonio: verbale o sentenza di separazione, sentenza di divorzio. Nulle erano pertanto le previsioni ivi contenute, inerenti l’obbligo di pagare il mantenimento o gli alimenti all’altro coniuge, dimodoché il soggetto era esentato dall’ottemperarvi, senza conseguenza alcuna.

L’applicazione della legge può, in taluni casi, giungere a risultati paradossali. Ci permettiamo di osservare come il legislatore dovrebbe riflettere seriamente sul problema della difficile sostenibilità economica di alcuni regimi di separazione e/o divorzio, al fine di scongiurare per il futuro la messa in atto di pratiche evasive, peraltro consentite solo a chi, avendone le possibilità economiche, può pagarsi un avvocato matrimonialista perché lo porti innanzi al Tribunal Rotae Romanae.

Share Post